Il Medioevo è spesso considerato, in modo semplicistico, come un’età di completo decadimento per la cultura e l’istruzione, soprattutto in relazione alla precedente epoca romana. In questa prospettiva appare quindi come un’età fondamentalmente “illetterata”, almeno per quanto riguarda l’Europa occidentale, in cui il sapere e il suo insegnamento erano patrimonio di pochissimi. Ma è proprio in questo periodo, seppur attraverso un percorso evolutivo molto lungo e tortuoso, che si pongono le basi della scuola così come la concepiamo oggi.

Punto di partenza di questo percorso sono i secoli dell’Alto Medioevo, nei quali l’Europa si trova a fare i conti con il crollo del sistema scolastico antico conseguente alla caduta dell’Impero romano e all’insediamento nei territori occidentali delle popolazioni germaniche.

I popoli che, riversandosi entro i confini dell’impero, si organizzarono nei nuovi stati romano-germanici, infatti, non conservarono o allestirono un apparato scolastico strutturato, caratterizzati come erano da una cultura tipicamente orale e da una concezione della formazione giovanile che riguardava esclusivamente la preparazione militare.

Questa nuova situazione determinò nel corso di pochi decenni la totale scomparsa della scuola pubblica antica dai territori occidentali, ragione per la quale fu necessario ricostruire gradatamente un sistema scolastico completamente nuovo.

Un compito per la chiesa: la scolarizzazione

I secoli dell’Alto Medioevo furono caratterizzati dalla quasi totale assenza di istituzioni civili forti in Europa occidentale. Fu allora la chiesa a diventare l’unica depositaria del patrimonio culturale antico e a impegnarsi per ricostituire e mantenere viva una rete di strutture per la formazione scolastica primaria e di livello più alto. Il Concilio di Toledo del 527 e quello di Vaison (Provenza) del 529 stabilirono che presso le sedi vescovili e nelle pievi rurali dovessero essere attivate scuole per istruire i fanciulli. Scuole non più pubbliche e “statali”, come erano quelle di epoca romana, ma ecclesiastiche, all’interno delle quali i principali insegnamenti erano il latino, le Sacre Scritture e gli autori cristiani.

A partire dal VI secolo, accanto alle grandi cattedrali come alle piccole chiese di campagna, iniziarono a sorgere scuole vescovili, monastiche e plebane (cioè legato a una pieve), dedicate sia all’insegnamento elementare sia a corsi di studi più elevati. La priorità delle autorità ecclesiastiche era trasmettere agli studenti i primi rudimenti per imparare a leggere e far di conto, in modo da avviare quanti più giovani possibili alla vita ecclesiastica. La chiesa svolgeva questo compito in “regime di monopolio” sapendo di poter contare sull’assenza del potere laico, oppure sull’appoggio diretto di quest’ultimo. Per fare un esempio, ai vescovi riuniti in sinodo ad Aquisgrana nel 789 Carlo Magno – re dei franchi e dei longobardi, non ancora consacrato imperatore – chiedeva di porre grande impegno nel servizio scolastico, raccomandando in particolare di far sì che fosse aperto a tutti i ragazzi, anche ai più poveri. Chiedeva, inoltre, che si organizzassero scuole di lettura per i ragazzi in ogni monastero o vescovado, dove si potessero apprendere i salmi, le note, il canto, il computo, la grammatica in modo da migliorare l’istruzione media degli abitanti dei territori franchi.

Nonostante questi interventi del potere temporale – peraltro piuttosto rari fino all’epoca carolingia – le scuole annesse alle canoniche o comprese nei complessi degli edifici ecclesiastici di fatto non avevano una funzione pubblica, ma erano riservate a tutti quei fanciulli che genitori e parenti avevano destinato alla carriera ecclesiastica. Vi si forniva, quindi, una formazione prevalentemente biblico-religiosa, con pochi rudimenti di grammatica e retorica. Non si trattava poi di cicli di studio eccessivamente strutturati. Non vi erano, infatti, norme che stabilissero l’età di accesso a un corso di studi predefinito, ma generalmente i ragazzi iniziavano a sedersi ai banchi di scuola intorno ai sette, otto anni. La consuetudine prevedeva poi che, arrivati ai diciotto anni, gli studenti potessero scegliere di rinunciare alla carriera ecclesiastica. Si trattava, però, di una scelta poco praticata: le figure di intellettuali laici nei primi secoli del Medioevo furono assai rare e anche il potere temporale, che spesso si avvaleva dei servigi di mercenarii literati (professionisti della scrittura, indispensabili per redigere atti di governo), sceglieva queste figure tra le schiere del clero.

Il percorso scolastico, però, era l’unica strada per formare funzionari di alto livello. Il potere civile comprese, già in epoca carolingia, di non poterlo lasciare del tutto nelle mani della chiesa. Anche per questo motivo nell’825 il re d’Italia Lotario1 istituì nove grandi scuole sul territorio italico: una vera e propria rete distribuita in modo strategico2 così che, come recita il capitolare emanato da Lotario, «l’impedimento della distanza e la mancanza di mezzi non siano di scusa per nessuno». Si trattava di scuole di livello alto dove era possibile apprendere le arti liberali – del Trivio, cioè grammatica, retorica, dialettica, e del Quadrivio, cioè aritmetica, geometria, astronomia, musica – e le scienze religiose. La maggior parte dei maestri che vi insegnavano era reclutata fra i membri del clero, così come il destino di molti tra gli scolari era la carriera ecclesiastica, ma la matrice statale dell’organizzazione voluta da Lotario rappresentava un primo importante passo verso la scuola pubblica.

Dopo l’anno mille: la diffusione delle scuole laiche

La rinascita dei commerci e delle città, avvenuta dopo l’anno Mille, ebbe conseguenze significative anche sull’evoluzione del sistema scolastico. L’offerta formativa esistente, indirizzata a chi sceglieva la vita religiosa o al massimo di funzionario di corte, non era adeguata alle necessità del nuovo ceto cittadino e mercantile. Questo nuovo ceto aveva infatti bisogno di scuole dove, oltre al latino, si insegnassero anche saperi pratici, come far di conto e orientarsi tra le diverse monete e unità di misura esistenti. Sorse quindi la necessità di scuole il cui controllo non fosse esclusivamente nelle mani delle autorità ecclesiastiche. Queste necessità concrete portarono a una vera e propria rivoluzione nell’ambito della scuola, con la nascita della figura dell’insegnante professionista che operava esclusivamente dietro compenso, e non più per “vocazione”. Parallelamente si diffusero – prima nelle Fiandre e in Italia, poi in tutta l’Europa occidentale – nuove scuole laiche, gestite da fondazioni private o municipali, dove i figli di artigiani e mercanti potevano acquisire anche gli strumenti utili a portare avanti con profitto l’impresa paterna.

Nella scuola preuniversitaria basso medievale cominciarono a essere previsti tre differenti gradi di istruzione: la scuola di base, la scuola di grammatica e la scuola delle arti liberali. Ciascuna prevedeva differenti livelli della durata media di un anno, ma l’avanzamento dello studente era di prassi stabilito dall’insegnante che ne valutava arbitrariamente i progressi: una generosa elargizione da parte dei genitori rendeva spesso più veloce anche la più faticosa carriera scolastica.

La scuola di base prevedeva due-tre livelli, necessari per apprendere i rudimenti di scrittura e lettura, basandosi esclusivamente sull’apprendimento a memoria. Gli alunni del primo livello erano i pueri de tabula, così chiamati perché si esercitavano alla lettura con una tavola alfabetica affissa alla parete; i pueri de quaterno, successivamente, iniziavano a tracciare le prime lettere su quaderni realizzati con tavolette in legno ricoperte da uno strato di cera. Al terzo e ultimo livello della scuola elementare vi erano gli psalmisti che apprendevano le basi della lingua latina leggendo, ripetendo e trascrivendo salmi e semplici testi sacri.

Chi ne aveva la possibilità economica, completato questo primo ciclo di studi, proseguiva con la scuola di grammatica che prevedeva quattro livelli: gli studenti erano detti lantinantes perché approfondivano la conoscenza della lingua latina, la sua grammatica e ortografia, imparando a comporre testi di retorica e dialettica e ad utilizzare formulari notarili e trattati giuridici. Questo ciclo scolastico era, infatti, soprattutto diretto a coloro che volevano intraprendere la professione notarile e forense.

Le porte della scuola delle arti liberali si aprivano quasi unicamente a chi possedeva adeguate risorse economiche: qui venivano formati i funzionari di alto livello e la classe dirigente della società dell’epoca. Sette erano le arti liberali sulle quali verteva l’insegnamento: grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, musica e astronomia, ossia le materie comprese nel Trivio e nel Quadrivio.

La specializzazione della scuola e degli insegnanti andò crescendo nel corso del Basso Medioevo e in relazione alle necessità legate alle professioni mercantili ed artigianali. Sorsero così, intorno al 1100, le scuole d’abaco. Si trattava di veri e propri istituti professionali ante litteram dove l’insegnamento era basato sulla matematica, spiegata con metodi applicativi, tratti dall’esperienza quotidiana. L’alunno apprendeva attraverso il ricorso ai metodi dell’osservazione e dell’esercitazione su problemi inerenti al mestiere che stava imparando, di sponendo in alcuni rari casi anche di manuali scritti, redatti in lingua volgare e non in latino.

L’antenata della scuola pubblica: la scuola comunale

La reazione della chiesa allo svilupparsi di una rete scolastica laica e alternativa a quella ecclesiastica fu duplice: da un lato, infatti, venne scelta una linea di apertura rendendo accessibili le scuole vescovili anche a coloro che non avevano intenzione di intraprendere la carriera religiosa e agli studenti meno abbienti, così come stabilito dal Concilio Lateranense del 1179 voluto da papa Alessandro III. D’altro canto, però, non mancarono occasioni di conflitto, anche violente, con scomuniche comminate anche a intere città in risposta alle lamentele di frati o vescovi contro lezioni tenute da istituzioni laiche. Di fatto, la chiesa riuscì a mantenere il primato dell’istruzione, ma a partire dal XII secolo non poté più ripristinare un vero e proprio monopolio in questo ambito.

Così, nel corso degli ultimi secoli del Medioevo, coesistettero due principali tipologie di insegnamento: quello delle scuole ecclesiastiche, tenuto da insegnanti informali – ossia preti, monaci, missionari e docenti volontari – e quello delle scuole laiche, esercitato dagli insegnanti formali cui venivano riconosciuti una precisa professionalità e un salario, spesso commisurato al prestigio di cui godevano.

Inizialmente i docenti erano pagati dagli studenti stessi, mentre le autorità locali si limitavano nella maggior parte dei casi a provvedere ai locali per l’insegnamento e all’alloggio per gli insegnanti. Nel corso del XIII secolo però si affermarono le scuole comunali – Firenze fu tra le prime città italiane a crearne –, istituzioni in cui i docenti erano sotto il diretto controllo delle autorità cittadine, che li sceglievano e stipendiavano. La nascita delle scuole comunali, finanziate dagli organi municipali, consentì così di ampliare ulteriormente le possibilità di istruzione anche per i ceti meno abbienti, raggiungendo ampi strati di popolazione prima esclusi. Ai chierici si andò ad affiancare un numero sempre più ampio di giuristi e notai, insegnanti, artigiani, cortigiani letterati e mercanti alfabetizzati secondo un percorso ormai inarrestabile di apertura e laicizzazione della società.

Nel XIV secolo la situazione era ormai consolidata: le scuole laiche potevano essere comunali o private e si suddividevano in elementari, frequentate da bambini e bambine a partire dai 6-7 anni di età, e superiori. Al termine delle scuole elementari generalmente le ragazze – le poche che avevano avuto l’opportunità di iniziare a studiare – erano costrette ad abbandonare i banchi di scuola, mentre i ragazzi cercavano un posto come apprendista presso la bottega di qualche artigiano o completavano le scuole superiori, secondo specializzazioni diverse: le scuole di grammatica, logica e retorica erano dedicate a chi avrebbe poi proseguito gli studi, mentre le scuole di “abbaco e logaritmo” istruivano i ragazzi che volevano cimentarsi nella mercatura.

All’interno delle aule scolastiche

Concretamente, però, quali caratteristiche aveva la scuola pubblica medievale? Prima di tutto bisogna dire che l’insegnamento, soprattutto nelle scuole comunali e destinate ai ceti meno abbienti, era considerato «l’ultimo e più ripugnante mestiere».3 I maestri nel Basso Medioevo erano infatti mal pagati e ben poco motivati. I “contratti” di impiego che i comuni destinavano ai docenti riguardavano più questioni di carattere economico e disciplinare che non formativo e didattico. Compito del maestro era, come recita uno statuto comunale dell’epoca: «ammonire gli scolari che non giochino né cantino per strada, non gettino pietre, non dicano male parole, non giurino, non bestemmino, non evochino il diavolo, non facciano altre cose sconvenienti». Di quanto veniva insegnato in aula ci si preoccupava invece poco. Le stesse aule scolastiche erano, purtroppo, luoghi malsani, dove gli alunni stipati in spazi angusti, sporchi, fumosi e mal areati – gelidi e umidi d’inverno e soffocanti in estate – si trovavano troppo spesso a convivere con cimici e pidocchi, facili portatori di infezioni ed epidemie.

Dal punto di vista pedagogico, poi, la scuola medievale si fondava sul costante ricorso alle punizioni corporali: la disciplina era mantenuta a suon di bacchettate e le nozioni erano inculcate spesso a bastonate. Il re longobardo Cuniperto (688-700 d.C.) fece dono al grammatico di corte Felice non di un libro, ma di una verga in argento rivestita d’oro come riconoscimento delle sue doti di maestro, mentre la regola benedettina prescriveva per fanciulli e adolescenti punizioni con «digiuni prolungati o con gravi battiture, dimodoché si correggano». Una “linea dura” che non venne mai meno tanto che ancora alla fine del Trecento il cardinale fiorentino Giovanni Dominici ribadiva la regola aurea: «l’infanti van battuti con notevole frequenza, siano essi in colpa o meno. O son battuti che l’hanno meritato, o che non l’hanno. Nel primo caso, ringrazino di giustizia. Nel secondo, meritano avendo pazienza. E però sempre e in ogni caso sono loro utili le busse e le battiture». Preventivamente o per correggere, insomma, l’importante era bastonare in modo da irreggimentare gli scolari.

Anche dal punto di vista didattico non si tendeva a privilegiare la libera iniziativa degli studenti. I pilastri della didattica medievale erano l’oralità – i testi scritti erano pochi e costosissimi – e l’apprendimento mnemonico. Il maestro solitamente leggeva un testo ad alta voce e gli studenti lo ripetevano sempre a voce altra provocando cosi un frastuono continuo «più fastidioso del martellare dei fabbri» come affermato da uno statuto bolognese di epoca comunale. Nel Duecento cominciò a diffondersi la lettura “mentale”, seppur ancora bisbigliata, al posto della lettura “sonora”, un metodo nuovo che favoriva la riflessione personale e un rapporto diretto tra scolaro e testo da leggere. Tale uso divenne sempre più comune quando anche gli strumenti didattici si perfezionarono e l’invenzione della stampa a caratteri mobili portò a una graduale diffusione dei libri di testo. Il bastone, però, rimase a lungo il principale simbolo, “mezzo” di istruzione, tanto che nel corso del Medioevo, l’espressione sub virga magistri degenere – “sottostare alla bacchetta del maestro” – divenne sinonimo di “andare a scuola”.

Note

1. Lotario I, nipote di Carlo Magno e figlio di Ludovico il Pio, fu re d’Italia (822-855) e imperatore del Sacro romano impero (840-855).
2. Le scuole erano ospitate a Pavia, Ivrea, Torino, Cremona, Firenze, Fermo, Verona, Vicenza, Forlì.
3. Così nel 1371 lo definisce il notaio e umanista veneziano Paolo de Bernardo (1331 ca -1393) in una lettera all’amico Giovanni Coversini.