Gesù non ha alcun ruolo nell'ebraismo. Molti ebrei hanno qualche familiarità con il nome di Gesù Cristo più che altro per la loro appartenenza alla società occidentale, relativamente orientata in senso  cristiano. Molti di loro considerano Gesù come uno di una lunga lista di  profeti falliti, nessuno dei quali possedette le qualità necessarie ad un  profeta come è specificato nella Legge di Mosè. Altri ebrei vedono Gesù  come un maestro che ha insegnato soprattutto ai gentili e imputano ai  suoi seguaci successivi la responsabilità di avere attribuito a Gesù delle  pretese messianiche, che trovano peraltro assai discutibili.  Poiché molta violenza fisica e spirituale è stata fatta agli ebrei nel nome  di Gesù, e dato che l'evangelizzazione è ancora un aspetto tipico  dell'attività delle chiese cristiane, molti ebrei religiosi si sentono a disagio nel discutere di Gesù, e lo reputano alla stregua di un oscuro predicatore  itinerante o soltanto un nome vuoto (Yeshu). Nel rispondere alla  domanda: "Cosa pensano gli ebrei di Gesù?", il filosofo Milton Steinberg ha sostenuto che, per gli ebrei, Gesù non può essere accettato come niente più che un maestro: «Soltanto in alcuni aspetti Gesù deviò dalla  Tradizione», osserva Steinberg «ma in ognuno di questi aspetti gli ebrei  credono che egli si sia sbagliato».  Con riferimento alla morte come mezzo di espiazione o sacrificio per gli  altri (vedi Crocifissione di Gesù), sul piano religioso l'ebraismo non crede che Dio richieda un sacrificio umano o la sofferenza fisica. Ciò è  sottolineato nelle tradizioni ebraiche riguardanti la storia del sacrificio di  Isacco (Akedah): nell'interpretazione ebraica, in questo episodio narrato  nella Torah Dio ha voluto mettere alla prova la fede e la volontà di Abramo, ma Isacco non avrebbe mai potuto essere effettivamente  sacrificato. L'ebraismo rifiuta l'idea che una qualunque persona possa o  debba morire per i peccati degli altri.  Come religione, in realtà, l'ebraismo è molto più focalizzato sugli aspetti  pratici di come vivere una vita sacra in questo mondo secondo la volontà  di Dio, piuttosto che sulla speranza in un'altra vita dopo la morte.  L'ebraismo non crede nel concetto cristiano dell'inferno, anche se prevede una fase punitiva nell'aldilà (cioè la Geenna, la parola del Nuovo  Testamento spesso tradotta con "inferno"); ha anche una nozione di "Paradiso" (Olam Haba), ma questo non è un dogma centrale nella fede ebraica.  L'ebraismo considera il culto nei confronti di Gesù come intrinsecamente  politeista e respinge totalmente come inconsistenti i tentativi cristiani di  spiegare la Trinità come una specie di "monoteismo complesso". Naturalmente, il Natale e le altre festività cristiane non hanno alcun  significato per gli ebrei e quindi non sono celebrate. Anzi, celebrarle è  considerato "avodah zarah" (superstizione e idolatria) ed è proibito; in occidente, tuttavia, alcuni ebrei secolarizzati considerano il Natale come una festa laica, dato che nella maggioranza delle nazioni esso è un giorno  non lavorativo.  

Prospettiva cristiana 

I cristiani affermano che il cristianesimo sia il "completamento" e il successore dell'ebraismo, conservando gran parte della dottrina ebraica,  tra cui il monoteismo e la credenza in un Messia, e alcune forme di culto  come la preghiera e la lettura di testi biblici. I cristiani sono convinti che  l'ebraismo richieda di per sé dei sacrifici di sangue per espiare i peccati, e che abbia abbandonato tali sacrifici soltanto a causa della distruzione del Secondo Tempio.  La maggior parte dei cristiani considera che la legge mosaica sia stata  necessaria come tappa intermedia, ma che dopo la crocifissione di Gesù  l'osservanza della Torah, sia nei suoi risvolti civili sia in quelli  cerimoniali, sia stata sostituita dalla Nuova Alleanza: lo scopo di quei  precetti era solo quello di disciplinare il culto nei tabernacoli nel deserto e poi nel tempio di Gerusalemme. Alcuni cristiani aderiscono alla "teologia della nuova alleanza", in cui si  afferma che gli ebrei hanno rifiutato Gesù come Messia e Figlio di Dio e  quindi hanno cessato di essere il popolo eletto. Questa posizione è stata  ammorbidita da alcuni aderenti, o completamente respinta da altre denominazioni, che invece riconoscono agli ebrei una condizione speciale a causa della loro alleanza con Dio tramite Abramo: la questione continua comunque ad essere una questione dibattuta tra i cristiani. Su posizioni  diverse è la "teologia della duplice alleanza", secondo la quale l'alleanza  con il popolo ebraico non è mai stata revocata e l'aggettivo nuova nell'espressione neotestamentaria "nuova alleanza" debba essere intesa  solo come "seconda alleanza", che non sostituisce affatto la prima. Alcuni cristiani che stimano il popolo ebraico più vicino a Dio, cercano di comprendere e incorporare prospettive ed elementi ebraici nelle loro  credenze come mezzo per rispettare la religione "madre", o cercare di  tornare alle loro radici cristiane in maniera più profonda. Questi cristiani che abbracciano aspetti dell'ebraismo sono talvolta criticati dagli altri  cristiani come "giudaizzanti", soprattutto se spingono altri cristiani ad  osservare insegnamenti dell'Antico Testamento respinti dalla grande maggioranza delle chiese. Neanche gli ebrei, d'altronde, guardano spesso con favore a queste manifestazioni di giudeo-cristianesimo, considerandole delle appropriazioni indebite di pratiche e tradizioni qualificanti del popolo ebraico, che non sono mai state intese come norme di vita richieste ai non ebrei.