Libri in classe. La prima guerra mondiale

La tregua di Natale. Lettere dal fronte

Autore: Alberto Del Bono (a cura di) 

Editore: Lindau, 2014 

Pagine: 181

L’8 gennaio 1915 il “Daily Mirror” pubblicava una foto scattata in una zona imprecisata del Fronte occidentale, corredandola della seguente didascalia: “Un gruppo storico: soldati inglesi e tedeschi fotografati  insieme”.  Un’immagine  difficile  da  figurarsi,  se  si  pensa  al  contesto  in  cui  essa  deve essere collocata: la foto in questione risale infatti al 25 dicembre 1914 e fu scattata proprio in quella zona d’Europa in cui dal 1914 al 1918 si susseguirono battaglie sanguinosissime che, stando ai dati in possesso degli storici, causarono la morte di 500.000 soldati inglesi e di altrettanti soldati tedeschi. 

Com’è possibile, quindi, che  una foto ritragga  veramente  “insieme” soldati inglesi  e tedeschi?  A costituire una  prova determinante del fatto che ciò che accadde il giorno di  Natale del  1914 sul Fronte occidentale sia una vicenda dotata di concretezza storica sono in realtà non solo le foto, ma soprattutto le lettere private scritte dai soldati inglesi, che oggi è possibile leggere tradotte in italiano nel  volume  curato  da  Alberto  Del Bono.  

La  cosiddetta  “tregua  di  Natale”  –  con  questo  nome  è passata alla storia la tregua che soldati inglesi, francesi e tedeschi decisero di mettere in atto per il giorno di Natale sul Fronte occidentale – non è una leggenda e non è soltanto un bel ricordo, ma un fatto storico realmente accaduto, di cui abbiamo notizia grazie alle parole di chi, quella tregua, l’ha vissuta in prima persona. A permettere alla tregua di Natale di non essere dimenticata e di assumere una forma netta e ben definita sono state l’intraprendenza e la passione dei giornalisti inglesi Alan Cleaver e Lesley Park, che  hanno  reso  possibile  la  nascita  del  progetto  Operation Plum  Pudding,  sfociato  nella pubblicazione, nel 1999, del libro Plum pudding for all, ormai fuori stampa: grazie alla collaborazione delle associazioni inglesi di storia locale e di alcuni giornali britannici, infatti, i due giornalisti sono riusciti a raccogliere più di cento lettere contenenti il racconto dei fatti accaduti tra la notte della Vigilia  e  il  giorno  di  Natale del  1914  sul  Fronte  occidentale.  

A  consentire  alle  lettere  di  essere recuperate è stata la buona abitudine presa dai giornali britannici durante la Prima guerra mondiale di pubblicarle. Se da un lato la censura cui le lettere furono sottoposte ci impedisce di individuare con certezza i luoghi in cui la tregua di Natale si verificò, dall’altro essa non sembra essere stata particolarmente dura sul resto del loro contenuto, che offre la possibilità ricostruire con precisione la vicenda. Secondo quanto raccontato dai soldati inglesi, il giorno di Natale gli eserciti nemici presero accordi non ufficiali per attuare una tregua di 24 ore. I soldati tedeschi addobbarono gli alberi con candele e intonarono canti natalizi e regalarono a inglesi e francesi sigarette e tabacco, ricevendo in cambio cioccolato. 

Le lettere portano inevitabilmente l’impronta personale di chi le ha scritte, ma il senso di meraviglia e stupore che da esse traspare ne costituisce il comune denominatore. Non poteva, del resto, non suscitare meraviglia il fatto che i giovani combattenti di eserciti contrapposti, a cui ogni giorno veniva ricordato che il loro principale scopo era quello di uccidere e mostrare al nemico il volto della morte, decidessero spontaneamente di uscire dalle trincee e di avventurarsi nelle “terra di nessuno”, non per compiere un attacco, ma per stringere la mano a coloro dei quali, pochi istanti prima, avrebbero potuto essere i potenziali carnefici. La tregua di Natale dette la possibilità ai soldati di guardare negli occhi il proprio nemico e di riconoscere, proprio in quegli occhi, le loro stesse paure, le loro stesse speranze e soprattutto il loro stesso amore rivolto a un Dio che aveva deciso di farsi Uomo. 

Il libro presenta le lettere divise in base alla contea inglese di origine dei soldati che le hanno scritte: ciò  permette  allo  spessore  storico  dei  documenti  pubblicati  di  essere  ulteriormente  corroborato, poiché le parole dei soldati trovano reciproca conferma nelle lettere dei propri commilitoni. Il libro risulta particolarmente utile per far comprendere che alla Storia non appartengono di diritto soltanto i grandi personaggi di cui siamo solitamente tenuti a ricordare i nomi e le imprese, ma anche persone comuni, che solo per caso vengono scritturate per interpretare il ruolo di protagonisti in eventi storici degni di essere ricordati. In classe, il libro si presta come strumento che favorisce l’interdisciplinarietà. La lettura di alcune lettere svolta insieme agli alunni può infatti essere usata per la disciplina di Storia come stimolo iniziale per introdurre la Prima guerra mondiale. 

Nell’ambito di un laboratorio di scrittura, inoltre, le lettere  che presentano un  contenuto  particolarmente  significativo  possono  essere  scelte  e presentate in classe come modello che gli alunni possono seguire per scrivere una lettera personale assumendo il punto di vista di un soldato al fronte. La lettura integrale della lettera del soldato Heath, infine, che suggella l’intero volume e che si caratterizza sia per la complessità formale, sia per la profondità e la rilevanza delle riflessioni in essa contenute, può infine essere corredata da domande di analisi e comprensione del testo ed essere utilizzata come verifica formativa. 


Fuori fuoco

Autrice: Chiara Carminati 

Edizioni: Bompiani, 2014 

Pagine: 204

Quale punto di vista migliore, per osservare per la prima volta lo scenario della Prima guerra mondiale, come sono chiamati a fare gli alunni di una classe terza della scuola secondaria di I grado, di quello offerto da Chiara Carminati nel libro  Fuori fuoco? 

E per introdurre lo studio della Grande Guerra e presentarne in classe i principali aspetti, quale strategia più efficace di quella rappresentata dalla lettura di un libro che, con tratti netti e decisi, riesce a spiegare che “la guerra la combattono gli uomini ma la perdono le donne”? Il punto di vista di  cui  i ragazzi possono  servirsi  per avere  una visione disincantata  e  vivida della Prima guerra mondiale, e in particolare di quella combattuta sul Fronte meridionale, è quello di Jole,  la giovane protagonista:  al cuore, all’intelligenza e  ai  sentimenti di un’adolescente, infatti,  l’autrice  affida  il  compito  di  raccontare  le vicende  che,  dal 1914  al  1918,  hanno segnato profondamente la storia d’Italia e non solo. E se le istantanee scattate dalla Storia di solito lasciano “fuori fuoco” i soggetti femminili, proprio questi ultimi occupano invece un posto  privilegiato  nel  libro. 

È  infatti  una  linea  familiare tutta femminile,  costituita  dai personaggi appartenenti a ben due generazioni, quella di cui Chiara Carminati si serve per dimostrare che la Vita, anche quando viene messa a rischio dai protagonisti della guerra, ovvero dagli uomini, è invece sempre tenuta al  sicuro, anche nelle situazioni più difficili, proprio dalle donne. Lo scoppio di una guerra che per la prima volta nella storia coinvolge il mondo intero sembra all’inizio non avere conseguenze sulla vita di Jole, che con il padre Domenico, la madre Antonia  e  i  due fratelli più  grandi,  Francesco e  Antonio,  continua  a  lavorare  in  territorio austriaco per un mese, fino a quando i datori di lavoro non sono costretti a chiedere all’intera famiglia di tornarsene in Friuli per “motivi di sicurezza”. 

La parola “ritorno” ha un suono dolce per Jole: il rientro in Italia e nel suo paese di origine, Martignacco, le consente infatti di riabbracciare la sorellina Mafalda. Ma la normalità riconquistata a fatica - la disoccupazione e la povertà rendono la vita a Martignacco difficile - ha una breve durata: subisce infatti una brusca  battuta  d’arresto  con  la  scelta  dell’Italia  di  seguire  la  pressante  volontà  degli Interventisti e di compiere un passo che la porterà alla conquista delle “Terre irredente”, non prima di aver pagato, tuttavia, un prezzo altissimo in termini di vite umane. Con l’ingresso in guerra  dell’Italia  la  famiglia  di  Jole  deve  seguire  la  triste  strada  della  separazione  e dell’allontanamento  dalle  persone  care:  il padre  e  il  fratello  maggiore  vengono  arruolati, mentre il giovane Francesco decide di partire per il fronte come volontario. 

Ma che la guerra “arruola” anche le figure femminili e le obbliga comunque a combattere, pur senza chiedere loro di indossare un’uniforme e di imbracciare un fucile, è ciò che accade alla madre di Jole a farlo comprendere: il deciso rifiuto delle avances di un soldato italiano, infatti, le costano l’accusa  di  spionaggio  e  la  conseguente  condanna  al  confino  a  Firenze.  Al  momento dell’arresto Antonia ha appena il tempo di vergare frettolosamente un nome e un indirizzo su un biglietto e di consegnarlo a Jole, insieme alla raccomandazione di non separarsi mai dalla sorellina. 

Rimasta completamente sola, Jole non può fare altro che seguire le brevi coordinate lasciate dalla mamma: recarsi a Udine con Mafalda in cerca di “zia Adele”, che insegnerà loro che per vedere non servono necessariamente gli occhi perché basta il cuore. Ma  sono  l’isola  di Barbana  e  un  voto  fatto  alla  Vergine  Maria  a  permettere  alla  trama femminile della famiglia di Jole di essere nuovamente tessuta, nonostante il tempo e una nebbia  fitta  di  dolore  e  incomprensione sembrino  averla  logorata  in  modo  irrimediabile: proprio a Barbana, infatti, Jole e la sorellina ritrovano Natalia, la nonna che non sapevano nemmeno di avere e il cui nome esprime la forza del lavoro svolto per una vita intera. La fuga da un esercito nemico affamato di vendetta e di morte non riesce a fermare il flusso del perdono e della vita: dopo la disfatta di Caporetto e la rovinosa ritirata che mette insieme alla rinfusa cose, persone e vicende personali, sarà Jole a dar prova di poter utilizzare le proprie mani svolgendo lo stesso lavoro della nonna: la levatrice. 

Le vicende personali di Jole si incastonano su una base storica ben descritta nel libro, che non lascia nell’ombra gli aspetti più dolorosi della Prima guerra mondiale combattuta in Italia, come l’esplosione di uno dei più grandi depositi di munizioni a Udine, la disfatta di Caporetto, l’uso impietoso della censura e della propaganda. Poiché consente di delineare il profilo della Grande Guerra, permettendo quindi di anticiparne o accompagnarne lo studio, il libro si presta particolarmente bene a essere letto in classe, anche ad alta voce.