L’accoglienza: un’attività (stra)ordinaria


Un reciproco conoscersi per avviarsi insieme sulla strada verso l’apprendimento

IDEE PER INSEGNARE

L’accoglienza a scuola potrebbe essere più incisiva se, invece di proporsi come un’attività stra-ordinaria, legata all’eccezionalità di un momento, si configurasse come il primo passo di una pratica didattica ordinaria, fondata sull’ascolto e sulla collaborazione tra le diverse parti del patto educativo. Ecco due esempi di laboratori per un’accoglienza efficace.

Un’idea di accoglienza

In qualsiasi contesto, accogliere significa predisporre un luogo, una situazione o uno stato mentale a ricevere e integrare una realtà che si presuppone diversa dalla nostra. Perché un’accoglienza sia autentica, quindi, dobbiamo essere disposti a cambiare il regolare assetto delle nostre consuetudini: variare, anche solo in via provvisoria, il modo in cui agiamo, parliamo, e ci mettiamo in relazione con l’altro da noi. L’accoglienza è un processo che mette sempre in gioco due attori: chi accoglie e chi viene accolto sono infatti i coprotagonisti di un incontro che, in qualche modo, dovrebbe dare voce a entrambi, e dal quale entrambi dovrebbero quanto meno prendere in considerazione la possibilità di uscire “diversi”: non sono più lo stesso “io” di prima, perché il mio “io” ti ha accolto, ti ha fatto entrare nel suo spazio e, in una qualche misura, ti ha permesso di cambiarlo.

Se pensiamo alle attività di accoglienza solitamente proposte nei primi giorni di scuola di un nuovo ciclo, è difficile cogliere un reale equilibrio nel rapporto tra “scuola che accoglie” e “alunno che viene accolto”: lo sbilanciamento nei confronti di questo secondo polo è evidente. Tutta l’attenzione viene rivolta all’alunno che sta varcando la soglia di un ambiente nuovo, e che in questo momento tanto importante è invitato a presentarSI, descriverSI, rappresentarSI, svelarSI… Un tripudio di riflessivi, che si esprimono nelle forme più varie suggerite dai diversi ambiti disciplinari nei quali viene espletato il composito percorso di accoglienza ideato dall’istituto: ecco allora la “carta d’identità” da compilare, l’autoritratto da disegnare, la pagina di diario o la lettera da redigere.

L’accoglienza non stra-ordinaria

Solo di rado l’“organismo-scuola”, il secondo attore del momento di accoglienza, riesce a giocare davvero alla pari in questa partita: molto più spesso capita che assuma un ruolo passivo, limitandosi a ricevere il frutto del poderoso sforzo autonarrativo messo in atto dai ragazzi. Potrebbe anche essere vissuta come una sorta di aggressione, tutta questa “accoglienza” che la nuova scuola propone come prima attività obbligatoria: sì, perché in ogni caso, queste attività sono necessariamente imposte ai ragazzi, e non è cosa da poco cercare di far passare come naturale un processo di “accoglienza coatta”. Soprattutto perché chi sta accogliendo, difficilmente riesce a farsi percepire come un soggetto disposto a cambiare, ad adattarsi, a mettersi in gioco come protagonista di un dialogo autentico, in cui davvero le due voci siano disposte a modularsi a partire dall’ascolto dell’altro. Rischia di diventare molto più forte, nel momento dell’accoglienza, lo scopo vagamente mistificatorio di tranquillizzare, di ammorbidire le differenze con la scuola elementare che potrebbero risultare minacciose, di far passare il messaggio che, tutto, sommato, “non siamo poi così cattivi”.

Il lavoro di accoglienza potrebbe essere assai più incisivo ed efficace se, invece di proporsi come un’attività stra-ordinaria, legata all’eccezionalità del momento che i ragazzi stanno vivendo, si configurasse invece come il primo passo di una pratica didattica ordinaria, fondata sull’ascolto e sulla collaborazione tra le diverse parti del patto educativo.

Una partita a due: il ruolo dell’insegnante

Importantissimo è il ruolo dell’insegnante. È lui infatti che ha lo sguardo diretto sulle dinamiche sociali e i processi cognitivi che l’accoglienza mette in atto nella classe che si sta formando. Il suo compito non è semplice, ma è fondamentale perché inizi veramente un dialogo tra i due soggetti che interagiscono nell’ambiente di apprendimento.

La prima prerogativa richiesta a un insegnante accogliente è quella di sapersi mettere in ascolto dei propri alunni con un atteggiamento di curiosità e di apertura nei confronti di tutto quello che stanno comunicando, non soltanto a parole ma con tutta la loro persona.

L’inizio di un nuovo ciclo scolastico, in qualunque ordine, per i ragazzi è una nuova partenza alla quale arrivano con un bagaglio di esperienze e competenze già formate negli anni precedenti. Durante le prime settimane di scuola i ragazzi iniziano a liberare un flusso di emozioni, idee, aspettative e informazioni che esprimono la loro identità e raccontano la loro storia. Si tratta di un patrimonio prezioso che noi insegnanti abbiamo il dovere di raccogliere e di valorizzare, costruendo per loro un nuovo contesto di apprendimento che tenga conto di tutte le loro risorse individuali. L’accoglienza deve quindi tradursi in un progetto educativo e didattico che metta al centro la specificità della classe con le sue esigenze formative e le sue potenzialità.

Perché ciò avvenga è necessario innanzitutto che al momento dell’ascolto segua una riflessione profonda sulla situazione iniziale del singolo e del gruppo che deve poi portare l’insegnante a una scelta ragionata di valori, obiettivi e percorsi didattici sulla classe. Un approccio strategico di questo tipo fa sì che la progettazione diventi il momento di raccordo tra i due soggetti protagonisti dell’azione educativa e mette i discenti nella condizione di continuare gradualmente il loro percorso di apprendimento.

In questa fase non si deve però perdere di vista la dimensione sociale. All’inizio di un nuovo ciclo, infatti, l’insegnante si trova di fronte al complicato compito di creare il gruppo classe a partire da un insieme eterogeneo di individui che devono imparare a conoscersi, interagire fra di loro e accogliersi vicendevolmente. È importante quindi prevedere nella pratica didattica ordinaria attività che proseguano il lavoro dell’accoglienza e consolidino il gruppo classe, trasformandolo in una totalità dinamica.

La regia di un’accoglienza efficace spetta quindi all’insegnante che deve sapersi mettere in gioco e saper mettere in gioco i propri alunni.

Presentiamo qui due diverse proposte di accoglienza per aiutare a creare il “gruppo classe”.

Scheda 1
Un’accoglienza mitica!

Fare i primi passi in una scuola nuova nella dimensione del mito può essere un inizio davvero grande e da grandi: i nostri ragazzi stanno vivendo un’avventura epica e di sicuro mitica, un vero e proprio rito di passaggio dalle certezze salde e i tempi lunghi della scuola primaria al mondo veloce, caleidoscopico della scuola secondaria di primo grado.

Il mito è la voce del tempo e il sapere dell’uomo e col suo racconto infinito ci insegna che il coraggio è sempre compagno della paura, che dal caos nasce l’ordine, che accanto ai grandi eroi ci sono sempre grandi amici e bravi maestri e che i mostri, sia del mito sia del proprio cuore, si sconfiggono alla grande con i propri talenti. Il mito è anche il racconto delle metamorfosi e la metamorfosi più straordinaria è proprio il crescere.

Ecco perché ha particolarmente senso affiancare le tradizionali attività di accoglienza con un’accoglienza modellata sul mito, che è una delle materie “novità” di questo primo anno di scuola secondaria di primo grado.Legati dal filo del sapere: primi passi nel labirinto!

Entrare in una scuola nuova può davvero essere come entrare nel labirinto di Cnosso: spazi sconosciuti, lunghi corridoi, giri inattesi e un’aula che a volte non si ricorda dove sia. Bisogna spiegare ai nostri ragazzi che anche il labirinto della scuola media è fatto di svolte da prendere, di passaggi obbligati, di muri che a volte ci costringono a fare un passo indietro. Si può raccontare alla nostra nuova classe il mito di Teseo che affronta il Minotauro spiegando che come gli eroi del passato è giusto avere paura, come gli eroi del passato è giusto andare incontro alle proprie paure sapendo però due cose:

1. che da un labirinto, per quanto faticoso, si esce diversi da come si è entrati (anche facendo volare alta la creatività e l’ingegno e rispettando i nostri limiti come insegna il mito di Dedalo);

2. che c’è un filo (come il filo che lega Arianna e Teseo) che salva e che porta fuori, nella luce, verso una consapevolezza nuova, verso persone o grandi cose che ci aspettano.

Questo filo a sua volta è l’intreccio di altri fili: il filo dell’amore della propria famiglia che sostiene, protegge e affida, il filo dell’amicizia che unisce e non si spezza, il filo del sapere che guida e indirizza a passi più sicuri, alti, grandi.

Scheda 2
IO sono qui, NOI siamo qui: il contributo del teatro nelle attività di accoglienza

Anche le tecniche dell’educazione teatrale (o educazione alla teatralità), comunemente impiegate, insieme a quelle del role playing, in molteplici occasioni formative e di gestione dei gruppi, sia con i giovani che con gli adulti, possono trasformarsi in uno strumento prezioso per l’accoglienza.

Crescita della consapevolezza di sé, capacità di collaborare e di valorizzare le qualità personali, confidenza con l’espressività corporea e la comunicazione extralinguistica costituiscono il valore di una pratica che tocca in modo profondo le corde emotive e affettive degli adolescenti.

Nelle prime settimane dell’anno scolastico i giochi teatrali daranno un contributo importante ai nostri progetti di accoglienza, favorendo da subito la conoscenza reciproca e la relazione tra pari, il coinvolgimento attivo degli alunni, l’abitudine all’ascolto e all’attenzione. Qui suggeriamo delle semplici attivazioni da realizzare in aula: per creare un setting adatto, ci basterà disporre i banchi a ferro di cavallo e liberare un po’ di spazio al centro della stanza.Attivazione 1 – Io sono qui

Sapere, in ogni momento, quello che si sta facendo e con quale intenzione: sembra una cosa ovvia, ma non lo è affatto se intendiamo questo atteggiamento come un “esserci” con pienezza e consapevolezza. Un concetto che nel teatro si chiama “presenza”.

Per cominciare, dunque, a uno a uno, restando seduti, gli alunni pronunceranno la frase “Io sono qui”. Invitiamoli a concentrarsi sulle parole: soltanto tre, da dire senza fretta. Chi fra di loro se la sente, si alzerà e percorrerà lo spazio centrale, fermandosi davanti al banco dei compagni, per ripetere la stessa frase guardando l’altro negli occhi.Attivazione 2 – Io sono… un Re!

In scena, proviamo l’emozione e il rischio di diventare un Altro: è una finzione, ma non una menzogna. Disponiamo una sedia al centro dello spazio. A turno, chi se la sente si accomoda e pronuncia la frase: “Io sono... un Re” (o …una lumaca, …una nuvola…).Attivazione 3 – Che piacere incontrarti!

Incontrare l’Altro significa riconoscerlo, accoglierlo, condividere il suo spazio fisico con rispetto. Formiamo due file di alunni nello spazio tra i banchi, in modo che ciascuno abbia di fronte un compagno. A due a due, i ragazzi si muovono per incontrarsi al centro. A questo punto, prima cercandosi con lo sguardo, si salutano senza parole: con una stretta di mano, un abbraccio, una carezza…Attivazione 4 – Una storia da raccontare insieme

La scuola è una bellissima storia da costruire insieme: la classe funziona quando ciascuno ha il tempo di trovare la sua “parola giusta” e di dirla con la sua voce, contribuendo al senso del racconto. Cerchiamo con gli alunni un ritmo da scandire con le mani (o con i piedi). Quando lo avremo trovato, e saremo capaci di eseguirlo in sincronia, un volontario dirà la prima parola di una frase (mentre tutti tengono il tempo), il compagno alla sua destra ne aggiungerà un’altra, che si leghi alla prima, e così via… È previsto che qualcuno salti il turno, mentre altri dovranno inserire anche la punteggiatura!

Ovviamente non importa che si componga una storia strampalata: quello che conta è ascoltarsi, esserci.