
Tra il 46 e il 44 a.C., nel bel mezzo dei drammatici sconvolgimenti delle guerre civili che decretarono il crollo della Repubblica romana, Marco Tullio Cicerone compose un corpus di opere filosofiche di proporzioni straordinarie. Il suo obiettivo non era l'elaborazione di dottrine originali — Cicerone stesso non si riteneva un filosofo in senso stretto —, bensì una nobile missione divulgativa ed educativa, volta a offrire una bussola morale ai giovani romani in un'epoca di profonda crisi istituzionale.La portata storica di questa operazione fu immensa: traducendo e sintetizzando il pensiero ellenistico, Cicerone permise agli intellettuali medievali, che non parlavano il greco, di entrare in contatto con i giganti del passato come Socrate, Platone e Aristotele. Un esempio emblematico della sua forza trasformativa è testimoniato da Sant'Agostino nelle sue Confessioni: fu proprio la lettura del perduto dialogo ciceroniano Hortensius a folgorarlo, cambiando radicalmente la sua vita e accendendo in lui un'inarrestabile passione per la sapienza.
Il merito più duraturo di Cicerone risiede nell'aver letteralmente inventato il linguaggio filosofico latino. Trovandosi di fronte a un idioma privo dei termini astratti necessari a rendere le sottigliezze concettuali dei Greci, Cicerone intraprese un titanico lavoro di traduzione e neologismo:
La produzione si apre nel 46 a.C. con i Paradoxa stoicorum, un'operetta dedicata a Marco Giunio Bruto in cui Cicerone esplora con stile retorico sei tesi apparentemente assurde della scuola stoica, tra cui l'idea che la virtù basti alla felicità, l'uguaglianza dei vizi e la vera ricchezza del saggio.Il 45 a.C. fu un anno tragico per il filosofo, segnato dal lutto per la morte della figlia Tullia, che lo spinse a comporre la Consolatio (opera perduta) come tentativo di auto-terapia emotiva. Nello stesso anno nacque l'Hortensius, un dialogo modellarono sul Protrettico di Aristotele in cui Cicerone difendeva il valore dello studio filosofico dalle critiche dell'oratore Ortensio Ortalo.
Nelle due edizioni degli Academica (priora e posteriora), Cicerone affronta il problema della conoscenza. Rifiutando l'idea che l'esperienza sensibile possa condurre a verità assolute, abbraccia inizialmente lo scetticismo moderato della Nuova Accademia platonica, per poi approdare a un pragmatico probabilismo, l'unico atteggiamento intellettuale ritenuto compatibile con la sua ricerca.Sempre al 45 a.C. appartiene il De finibus bonorum et malorum, un'ampia rassegna in cinque libri dedicata a Bruto che esamina e mette a confronto le teorie epicuree, stoiche, peripatetiche e accademiche attorno al concetto di Sommo Bene e Sommo Male. Dello stesso periodo è il Timaeus, una parziale traduzione dell'omonimo dialogo cosmologico di Platone.
Tra il 45 e il 44 a.C., Cicerone compose le sue opere più celebri e profonde:
Nel 44 a.C., poco prima della morte, Cicerone focalizza il suo pensiero sulla libertà interiore e sui doveri civici. Nel De fato (di cui restano frammenti) ribadisce che l'essere umano, tramite la forza della propria volontà, può sottrarsi alle catene della necessità e del fato. Con il Laelius de amicitia, anch'esso dedicato ad Attico, celebra l'amicizia autentica, sradicandola dal terreno dell'utile e fondandola esclusivamente sulla virtù condivisa.L'apice del suo pensiero etico è rappresentato dal De officiis ("I Doveri"), un trattato in tre libri indirizzato al figlio Marco. L'opera si articola su tre nuclei concettuali:
Quest'ultimo grande trattato rappresenta l'estremo, disperato tentativo di Cicerone di rifondare moralmente la classe dirigente romana, cercando di salvare quelle istituzioni repubblicane che la storia stava ormai inesorabilmente cancellando.