
René Descartes, latinizzato in Cartesio, è unanimemente considerato il padre della filosofia moderna. Se il Rinascimento aveva riscoperto la centralità dell'uomo, è con Cartesio che la ragione umana si costituisce come il tribunale supremo di ogni verità possibile.Formatosi nel prestigioso collegio gesuitico di La Flèche (di cui criticherà aspramente l'insegnamento sterile, incapace di fornire criteri per distinguere il vero dal falso), Cartesio visse da nobile militare gli anni della Guerra dei trent'anni. Questo stile di vita gli permise di viaggiare in tutta Europa, dedicandosi agli studi di matematica e fisica. Nel 1628 si stabilì in Olanda per godere di una libertà intellettuale impensabile altrove. La sua filosofia, descritta sempre in prima persona come un'autobiografia dello spirito, rifiuta il sapere puramente speculativo per proporsi un fine pratico: trasformare l'uomo nel «padrone e possessore della natura».
Per Cartesio la saggezza umana è una sola, indipendentemente dagli oggetti a cui si applica. Poiché la matematica e la geometria possiedono già un metodo rigoroso, il compito del filosofo è astrarre questo metodo e renderlo universale. Nelle sue opere fondamentali — le Regole per dirigere l'ingegno (1619-1630) e il celebre Discorso sul metodo (1637) — egli formula quattro regole auree e insostituibili:
A differenza di Galileo Galilei, che applicò il metodo matematico alla natura senza indagarne la legittimità filosofica, Cartesio sente il bisogno di fondare la validità della ragione. Per farlo, decide di distruggere l'edificio del sapere già dato attraverso il dubbio metodico: considerare provvisoriamente come falso tutto ciò su cui sia possibile avanzare la minima perplessità.
Nel momento in cui il dubbio diventa universale e radicale, crollando ogni certezza sul mondo, si genera l'illuminazione logica: posso dubitare di tutto, ma non del fatto stesso che sto dubitando. Siccome il dubitare è una forma di pensiero, io devo necessariamente esistere per poter pensare.
«Dubito ergo sum, vel quod item est, cogito ergo sum» (Dubito dunque sono, o, ciò che è lo stesso, penso dunque sono).
Questa intuizione è una rivoluzione epocale: la certezza della propria esistenza non si fonda più sull'autorità di Dio o della Chiesa, ma sulla soggettività del singolo. L'uomo si scopre anzitutto come res cogitans (sostanza pensante).
Se il Cogito garantisce l'esistenza dell'Io, non garantisce ancora che le idee prodotte dall'Io corrispondano a una realtà oggettiva esterna. L'Io è inizialmente una fortezza chiusa. Per scardinare questo solipsismo, Cartesio analizza i contenuti del pensiero, classificando le idee in tre categorie:
Tra le idee innate spicca l'idea di Dio, inteso come un essere perfetto, infinito e onnisciente. Cartesio argomenta che un soggetto imperfetto e finito come l'uomo non avrebbe mai potuto produrre da solo l'idea dell'infinità perfezione: la causa dell'idea deve essere altrettanto perfetta quanto l'effetto. Dunque, Dio esiste fuori dall'Io.Nelle Meditazioni metafisiche (1641), la ricerca di Dio non risponde a un'ansia teologica di stampo medievale, ma a un'esigenza puramente gnoseologica. Dio, in quanto perfetto, non può essere malvagio; non può ingannarci. Egli diventa così la garanzia dogmatica del mondo esterno: tutto ciò che la nostra ragione percepisce in modo chiaro e distinto esiste realmente, e l'ipotesi del genio maligno viene definitivamente sconfitta.
Riscattata la realtà del mondo, la filosofia cartesiana si spacca in un netto e problematico dualismo metafisico:
| Res Cogitans (Sostanza Pensante) | Res Extensa (Sostanza Estesa) |
| Incorporea, inestesa e consapevole. | Spaziale, materiale, inconsapevole. |
| Libera nelle sue manifestazioni. | Rigidamente determinata dalle leggi fisiche. |
La res extensa coincide con lo spazio geometrico occupato dai corpi ed esclude l'esistenza del vuoto. L'universo fisico si configura così come un gigantesco orologio meccanico, una macchina perfetta messa in moto da Dio una volta per tutte e governata da relazioni di causa-effetto.Tuttavia, la netta separazione tra pensiero e materia creò una frattura insanabile: in che modo l'anima (inestesa) può muovere il braccio (esteso), o il dolore del corpo ripercuotersi sullo spirito? Cartesio tentò di risolvere la questione sul piano anatomico ipotizzando che l'incontro tra le due sostanze avvenisse nella ghiandola pineale (l'epifisi). Questa risposta puramente verbale non risolse il problema del dualismo, lasciando un'eredità filosofica complessa che impegnerà le menti di Spinoza e Leibniz.
Cartesio non espose mai un sistema etico definitivo, ma nel Discorso sul metodo tracciò le linee di una morale provvisoria, necessaria per agire nel mondo mentre la ragione era impegnata a decostruire e ricostruire le fondamenta del sapere. Questa etica, venata di stoicismo, imponeva di obbedire alle leggi e ai costumi del proprio paese, di rimanere fermi nelle decisioni prese e di cercare di vincere se stessi piuttosto che la fortuna.Negli ultimi anni, in opere come Le passioni dell'anima (1649), il filosofo confermò questa impostazione razionalistica: la virtù coincide con il dominio della ragione sulle passioni. Sarà proprio questo rigore intellettuale a costargli la vita. Accettando l'invito della regina Cristina di Svezia, si trasferì a Stoccolma nel 1649; costretto a impartire lezioni di filosofia alla sovrana alle cinque del mattino durante il gelido inverno nordico, Cartesio si ammalò di polmonite e si spense l'11 febbraio 1650.