Spesso la religione cristiana è vista come un elenco di proibizioni o una lista di precetti da seguire pedissequamente. I preti, spesso, amano fare la morale. Con l’aria grave e il tono comprensivo, ma l’occhio accusatore, ricorrendo a parole astratte e vagamente inquietanti, vi spiegano come vivere, con quelle certezze che possiede soltanto chi della vita non conosce niente. Vi dicono come amare, cosa bisogna fare, cosa bisogna pensare, cosa si deve credere, senza apparentemente avere la minima idea dell’incredibile miscuglio di urgenze, di doveri, di voglie, di fatiche, di convinzioni, di necessità, di fantasie, di desideri, di inibizioni, di tentazioni, di attaccamenti, di ambizioni e di riflessi di cui è costituita una vita concreta. Tutto sembra così semplice quando vi dicono: «Bisogna». Tutto è così complicato, quando vi sforzate di viverlo.

Capita probabilmente a tutti noi, in modi più o meno gravi, o più o meno ridicoli, di assomigliare un giorno o l’altro a questo genere di persone. Il giovane cattolico praticante che si domanda come vivere bene il suo desiderio di amare, la quarantenne New Age incontrata in autostop che s’interroga sulla sua carriera futura, il pensionato di fresca data che si esercita nell’arte di essere nonno, la mamma che fa come meglio può i salti mortali tra famiglia e lavoro, i volti di chi, un giorno o l’altro, in una maniera o nell’altra, che si sono domandati come dovevano vivere sono innumerevoli e svariati. Non si tratta affatto di nevrotici divorati dall’angoscia. Credenti o no, sono semplicemente gente perbene, persone apprezzabili che si sforzano di vivere bene, di fare bene, e che per questo si dibattono come meglio sanno con il gran bazar contraddittorio della loro vita. Per provare a mettere un po’ di ordine, si sforzano di far rientrare la realtà complicata in categorie semplici: il permesso, il proibito, l’obbligatorio. Sperano in questo modo di non ingannarsi, di non fare troppo male, o di non causare troppo male attorno a sé. E pensano di trovare nella chiesa, che reputano in grado di dispensarle a tempo e fuori tempo, queste lezioni di morale da cui sperano di trarre un po’ di sostegno. Perciò domandano: che cos’è permesso? Che cos’è vietato?

Solitamente si trova toccante questa preoccupazione di voler fare bene. In realtà, la fede cristiana avrebbe molto da dire sui temi che li preoccupano sull’amore, sul male, sull’impegno, sulla sofferenza, ma è nettamente meno loquace quando in essa si va a cercare una lista di obblighi e di divieti. Quando vengo sollecitato a rispondere in questi termini, io, il professionista della parola, biascico qualcosa e mi blocco. Non è di questo che io vorrei parlare. Quel che mi abita, che mi interessa, per cui voglio dare la mia vita, è la salvezza offerta in Gesù Cristo, è la vita eterna che ci è data da vivere fin da subito, è la libertà dei figli di Dio. Avrei voglia di rispondere, con san Paolo: «Tutto mi è lecito!». Avrei voglia di urlare, con Paul Claudel: «Per fortuna c’è Gesù Cristo che ci ha liberato dalla morale!».

Dire che se la chiesa ha talvolta mancato così gravemente alla sua missione, se dei chierici hanno potuto distruggere delle vite, come la stampa ci ricorda ormai quotidianamente, non è soltanto questione di alcuni psicopatici criminali, con i quali si fa una gran fatica a sentirmi in un modo o nell’altro solidale. È anche il risultato di tutte quelle situazioni in cui noi non abbiamo saputo far crescere la libertà di quanti venivano a chiederci un aiuto, di tutte quelle volte che abbiamo trovato più semplice citare la legge piuttosto che invitare a seguire lo Spirito, di tutte quelle occasioni in cui siamo entrati nella coscienza altrui senza prudenza, per imporvi le nostre certezze. Questi abusi invisibili, lo so bene, sono fratelli degli altri abusi, quelli su cui vengono creati titoli a caratteri cubitali. Me ne vergogno al solo pensarci. E questo non mi aiuta a rispondere.
Chi è venuto a cercare dal sacerdote una regola da seguire è paziente, in generale, davanti al discorso confuso che farfuglia. È una persona educata. Approva, sorride, scuote la testa, mentre io parlo di libertà di coscienza; talora mi ringrazia per le mie parole così illuminanti. Ma poi torna quasi subito al tema che lo preoccupa: «E allora… posso o non posso?». In effetti la libertà cristiana è troppo nuova e rivoluzionaria per essere accolta in pochi minuti, o semplicemente compresa, proprio da coloro ai quali essa si rivolge. Eppure non c’è niente di più urgente da dire ai cristiani d’oggi. È ciò che mi ha spinto a scrivere questo piccolo libro, sperando di andare, per una volta, al di là dello stadio dei balbettii.

La Libertà per il cristiano

Tutti quanti parliamo di libertà. Libertà di pensiero, libertà di espressione, libertà dalle dittatura. E a tutti capita di discuterne, e quando succede novantanove volte su cento le discussioni sono senza fine. Perché l'idea di libertà non è per niente scontata. Anzi. Provate infatti a rispondere a queste due semplici domande: che cos'è la libertà? E a che cosa serve la nostra libertà? Chiedetelo a cento persone, probabilmente avrete risposte con cento sfumature diverse. Oggi a prevalere è l'idea che libertà sia poter fare tutto ciò che si vuole, quasi senza limiti, e spesso questa idea è associata al denaro e al potere. Più ho soldi, più ho potere, più sono libero. Così che la libertà diventa egoismo, l'io individuale sopra tutto e tutti.

Nel luglio del 2007, commentando all'Angelus la lettera di Paolo ai Galati, Benedetto XVI mise in risalto come «può sembrare un paradosso, ma il culmine della sua libertà il Signore l'ha vissuto sulla croce, come vertice dell'amore. Quando sul Calvario gli gridavano: “Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce!”, egli dimostrò la sua libertà di Figlio proprio rimanendo su quel patibolo per compiere fino in fondo la volontà misericordiosa del Padre. Questa esperienza l'hanno condivisa tanti altri testimoni della verità: uomini e donne che hanno dimostrato di rimanere liberi anche in una cella di prigione e sotto le minacce della tortura. “La verità vi farà liberi”. Chi appartiene alla verità, non sarà mai schiavo di nessun potere, ma saprà sempre liberamente farsi servo dei fratelli».
Papa Francesco è andato ancora più in là. La libertà, ha detto, «non è un vivere libertino, secondo la carne ovvero secondo l'istinto, le voglie individuali e le proprie pulsioni egoistiche; al contrario, la libertà di Gesù ci conduce a essere – scrive Paolo di Tarso– “a servizio gli uni degli altri”. Ma questo è schiavitù? La libertà in Cristo ha qualche “schiavitù”, qualche dimensione che ci porta al servizio, a vivere per gli altri. La vera libertà, in altre parole, si esprime pienamente nella carità. Ancora una volta ci troviamo davanti al paradosso del Vangelo: siamo liberi nel servire, non nel fare quello che vogliamo. Siamo liberi nel servire, e lì viene la libertà; ci troviamo pienamente nella misura in cui ci doniamo. Ci troviamo pienamente noi nella misura in cui ci doniamo, abbiamo il coraggio di donarci; possediamo la vita se la perdiamo. Questo è Vangelo puro».

Tutto questo perché, ha spiegato Bergoglio, «non c'è libertà senza amore. La libertà egoistica del fare quello che voglio non è libertà, perché torna su se stessa, non è feconda. È l'amore di Cristo che ci ha liberati ed è ancora l'amore che ci libera dalla schiavitù peggiore, quella del nostro io... La libertà guidata dall'amore è l'unica che rende liberi gli altri e noi stessi, che sa ascoltare senza imporre, che sa voler bene senza costringere, che edifica e non distrugge, che non sfrutta gli altri per i propri comodi e fa loro del bene senza ricercare il proprio utile. Insomma, se la libertà non è a servizio – questo è il test – se la libertà non è a servizio del bene rischia di essere sterile e non portare frutto. Invece, la libertà animata dall'amore conduce verso i poveri... La dimensione sociale è fondamentale per i cristiani, e consente loro di guardare al bene comune e non all'interesse privato». È questa la libertà vera.