Agostino d'Ippona

Aurelio Agostino d’Ippona (conosciuto semplicemente come sant’Agostino) nacque a Tagaste (odierna Souk-Ahras, nell’Africa romana) il 13 novembre 354. Suo padre Patrizio era pagano, mentre sua madre Monica professava il cristianesimo ed esercitò sempre sul figlio una forte influenza.Agostino di Ippona trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra Tagaste e Cartagine. Insofferente ai freni condusse una vita sregolata, di cui si accusò violentemente nelle Confessioni. Contemporaneamente coltivò gli studi classici, appassionandosi in particolar modo al latino. Si legò tra l’altro a una fanciulla; da questa nel 372 ebbe un figlio, Adeodato.Nel 373 cominciò ad accostarsi al manicheismo, quando già lo studio dell’Ortensio (andato perduto) di Cicerone lo aveva avvicinato allo studio della filosofia. Nel manicheismo pensava di trovare una risposta al problema del male, che lo tormentò e stimolò per tutta la vita.

Dopo un breve soggiorno a Tagaste, ritornò a Cartagine come insegnante di retorica. Qui tra il 380 e il 381 scrisse la sua prima opera retorica (perduta) De pulchro et apto. In questo periodo cominciò ad avanzare riserve nei confronti del manicheismo, che gli appariva poco rigoroso e scientifico rispetto al pensiero greco.Nel 383 si recò a Roma, con la compagna e il figlio, intenzionato a insegnare retorica nella speranza di acquisire maggiore successo e denaro. Ma così non fu e nel 384 si trasferì a Milano, sempre come maestro di retorica. A Milano lo raggiunse sua madre e la sua evoluzione spirituale si compì: attraverso la lettura dei testi platonici e neoplatonici cominciò a comprendere il senso spiritualistico del cristianesimo.

Dopo dodici anni di vita insieme, allontanò la sua fedele compagna e si ritirò a Cassiciaco (nei pressi di Milano). Sollecitato dalla madre, si fece battezzare da sant’Ambrogio la notte di Sabato santo: era il 25 aprile del 387. Persuaso che il suo compito fosse diffondere il cristianesimo nella sua patria, decise di tornare in Africa.Sulla via del ritorno, in attesa dell’imbarco a Ostia, sua madre morì. Ritornato a Tagaste, vendette i propri beni e devolvette il ricavato ai poveri. Poi si stabilì a Ippona. Qui nel 381 fu ordinato sacerdote e nel 396 ne divenne vescovo.

Agostino morì il 28 agosto 430 a Ippona, mentre questa era assediata dai Vandali.

Le opere principali

Tra gli scritti filosofico-teologici di Agostino sono da ricordare: Contro Academicos, De vita beata, De ordine, Sololiloquia, De immortalitate animae, De quantitate animae, De magistero, De musica, De vera religione, De libero arbitrio, De doctrina Christiana, De trinitate, De Genesi ad litteram.Scrisse inoltre molte opere polemiche contro manichei, donatisti e pelagiani; opere esegetiche; Sermoni (che rispecchiano la sua attività pastorale); un ampio epistolario, in cui alcune lettere hanno l’ampiezza e l’importanza di veri e propri trattati.

Ma i suoi scritti più celebri rimangono le Confessioni, in 13 libri, opera autobiografica e filosofica insieme; e la Città di Dio (De civitate Dei, in 22 libri), opera apologetica in difesa del cristianesimo contro gli attacchi dei pagani, e nello stesso tempo il primo grande saggio di filosofia e di teologia della storia.

Pensiero filosofico

Tutto il pensiero di sant’Agostino si svolge intorno a due problemi essenziali: Dio e il destino dell’uomo, perduto dal peccato, salvato dalla grazia. Contro il manicheismo, Agostino aveva affermato la negatività del male; la libertà dell’uomo; il carattere personale della responsabilità etica. Ma quando si vennero affermando e diffondendo le dottrine di Pelagio, accentuò polemicamente la concezione pessimistica dell’uomo come essere decaduto per il peccato originale e l’impossibilità di salvarsi senza l’intervento della Grazia divina, fino a giungere alla dottrina della predestinazione. Di qui le diverse e spesso contrastanti interpretazioni date al suo pensiero nel corso dei secoli posteriori. 

Come filosofo, sviluppò il tema dell’interiorità: «Non uscire da te stesso, perché la verità abita nell’uomo interiore». Nell’intimità della coscienza si ritrova la certezza che ci fa superare il dubbio scettico («anche se uno dubita, vive; se dubita, poiché dubita, ricorda; se dubita, sa di dubitare») e, nello stesso tempo, si scopre la presenza di Dio. Anche il tempo, che non è una realtà oggettiva, è solo in rapporto con l’attività della coscienza, è una «distensione dell’anima», è la misura delle vicende che hanno relazione con l’anima, con il suo ricordo e con la sua attesa.I grandi temi agostiniani hanno dominato tutta la teologia occidentale fino all’affermarsi del tomismo (il pensiero filosofico di san Tommaso d’Aquino). Lutero ne ha ripreso, deformandola, la visione pessimistica dell’uomo peccatore. Il giansenismo ha la sua fonte in un libro, Augustinus, scritto per presentare una sintesi delle sue idee.

La città di Dio

La città di Dio (De civitate Dei) è l’ultima grande opera di Agostino d’Ippona (354-430), uno dei Padri della Chiesa e uno dei principali artefici della cristianizzazione della cultura classica. La città di Dio (De civitate Dei) si compone di 22 libri, composti e pubblicati per gruppi fra il 413 e il 427.
La Città di Dio Agostino la scrisse dopo il saccheggio di Roma del 410 compiuto dai Vandali: Sant’Agostino risponde ai pagani che accusavano i cristiani di aver provocato lo sfaldamento e la caduta dell’Impero romano. 

Nei libri I-X Agostino risponde alle accuse di pagani mostrando che il politeismo è incapace di garantire la serenità all’uomo sia nella vita terrena sia nell’aldilà.Per farlo, usando le armi dell’ironia e del sarcasmo, mostra che la storia romana non è affatto piena di exempla morali; che disastri di ogni tipo erano gravi e frequenti nel passato come nel presente; questi disastri erano i segni della peccaminosità umana; che l’Impero romano, lontano dall’essere l’oggetto privilegiato della Provvidenza divina, era del tutto inessenziale per la salvezza dell’umanità, anzi era un fenomeno storico destinato a scomparire col tempo.

È inutile, sostiene Sant’Agostino, disperarsi per la sorte terrena di Roma, poiché nel mondo creato da Dio esistono due città, la città terrena (segnata dal peccato) e la città celeste (cioè la città di Dio segnata dalla Grazia), che saranno separate solo nell’ultimo giorno. All’interno di ogni individuo le due città interagiscono continuamente, sotto forma di opposizione tra umano e divino; ovvero tra la volontà umana, che tende alla felicità immediata, e la volontà divina, che si rivela all’uomo attraverso la Grazia.Solo alla fine dei tempi, nel Giudizio Universale, sarà possibile riconoscere chi sono quelli che fanno parte della città celeste, cioè i giusti, e coloro che appartengono all’altra realtà, cioè i malvagi. Pertanto anche le sciagure subite dall’Impero romano non sono altro che episodi nel percorso verso il trionfo dello spirito di Dio sulla Terra. 

Bibliografia